Bartolomeo “Lino” del Pio

Il 10 luglio 2024 Lino è decollato per il suo ultimo volo, per raggiungere i suoi cari ed i suoi amici. I Piloti del legno che lo hanno conosciuto, lo hanno salutato o hanno raccontato qualche aneddoto.
Stefano Bassalti
Molti anni fa, nel 2008
invito Lino a cena. Lo conoscevo da pochi anni ma ci vedevamo spesso e con gli amici del Centro Studi Volo a vela mi aveva aiutato molto con il mio M100S I-ALEB. Entra in casa mia con la sua inseparabile Chiaretta (che a volte chiamava Claretta) e arrivato in salotto si gira e mi dice : quello li mi ha fregato !
Io pensavo fosse impazzito… In realtà guardava 2 poster di Chet Baker, noto trombettista jazz vittima della tossicodipendenza e che negli anni ’60 viveva in Italia e anche a Milano.
Una notte Lino, giovane medico, era in pronto soccorso e Baker si presenta e chiede una ricetta per un farmaco che mischiava con altre sostanze. Approfittando della situazione e forse della buonafede di una suora, Baker ruba a Lino una ricetta la timbra e cerca di farsi dare dalla farmacia una dose aggiuntiva. La farmacia chiama la polizia e Lino finisce in tribunale con Chet Baker. Comunque Lino, dopo tanti anni, si ricordava benissimo anche il farmaco che aveva prescritto…
Autunno 2007
Cena a casa di Giorgio Frailich e Letizia Ponti, che non hanno bisogno di presentazioni. A tavola ,oltre ai padroni di casa, l’ingegner Mario Puppi e signora Pina Lupo, il simpaticissimo Galdino Pedrazzini, Lino, Silvia e il sottoscritto.
Durante l’antipasto si rideva e si scherzava. Giorgio prendeva in giro bonariamente Lino alludendo alle sue presunte avventure galanti con le suore in Africa…
Arriva il primo. Un bel piatto di spaghetti cacio e pepe, profumatissimi. A questo punto la vendetta del nostro eroe. Con i piatti pieni di candidi spaghetti, Lino, inizia a parlare del simbolo di Esculapio che secondo alcuni studi sembrerebbe rappresentare il metodo di estrazione del parassita subtropicale Dracunculus medinensi. Detto anche “verme di Guinea”. L’estrazione avviene arrotolando giorno dopo giorno il verme (il serpente nel sombolo di Esculapio) su un bastoncino (la spada) dopo aver fatto una incisione sulla caviglia del malato ed aver afferrato il verme, che, inutile dirlo, aveva il colore e la forma degli spaghetti appena serviti.
Nessuno degli astanti ha continuato a mangiare. Il povero Giorgio durante la spiegazione ha tentato più volte di interrompere Lino, chiamandolo: “Lino ! Lino !”.Troppo tardi. La vendetta era servita su di un piatto freddo di spaghetti! Lino comunque ha mangiato tutto con la sua proverbiale voracità.
Ciao Lino !
Lorenzo Como
Racconto di una giornata di gara alla coppa vintage di Ferrara… anno 2005. Lino in equipaggio con Franco Poletti, io con il piccolo Ka6CR… Avversari. Meteo molto agitata con forte vento, mentre ero in volo verso un pilone Lino mi chiama via radio per informarmi che tutti gli alianti vintage erano atterrati e il meteo verso il pilone stava peggiorando rapidamente e ci teneva che non prendessi rischi e rientrassi anche io. Mi seguì via radio fino a che non mi vide in finale sull’aeroporto. Bel gesto di sportività e soprattutto percepii la sana preoccupazione di un istruttore che lascia l’allievo al suo primo volo da solista. Grazie Lino!!!
Gigi Speroni
Tanti anni orsono, Lino era l’Aiuto Chirurgo del Prof. Costa all’Ospedale di Somma Lombardo, io ero un giovane assistente al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Gallarate. Ero stato comandato da poco e solo temporaneamente a “coprire” dei turni al P.S. di Somma, ove (già allora) scarseggiavano i Medici . . . Una notte è arrivata una gravida a termine, con i segni di parto in atto . . Purtroppo a Somma non esisteva la “guardia attiva” ginecologica, ma solo la “reperibilità” del Ginecologo. Allora non esistevano i telefonini e quella notte, purtroppo, non si era riusciti a contattare telefonicamente il Ginecologo Reperibile. Era presente unicamente l’Ostetrica, peraltro molto compatente ed esperta . . . ma serviva obbligatoriamente il Medico ! Io ero di turno in P.S. ed ovviamente fui chiamato subito in sala parto ! PANICO ! La formazione universitaria non prevedeva nessun tipo di istruzione in tal senso se non per chi avesse scelto Ostetricia-Ginecologia come futura professione . . . Per mia fortuna quella notte era stato chiamato il Reperibile chirurgo per un’appendicite urgente . . . era lui, il Lino ! Inutile dire che le cose sono andate bene, per la puerpera ed anche per me ! Grazie Lino, riposa in pace.
Ciao Lino, collega ed amico. Tempo fa mi dicevi con la tua proverbiale ironia di essere “in corto finale” . . . ora sei seduto ai comandi per sempre.
Pietro Filippo Francesco
Ora potrai ancora passeggiare con la tua cagnolina…..e continuare a volare alto come sei stato con tutti noi.
Pietrone.
Pietro Longaretti
Il mio amico, guida e màestro mi ha lasciato. Dolore infinito.
Caro Lino, anzi caro dr. Leeno come eri chiamato in Africa.
Ti ho conosciuto quando la differenza d’età di 3 anni formava un fossato alquanto largo: io sedicenne e tu diciannovenne. Scoprivo il volo a vela dello Zoegling e tu eri già fra coloro che volavano alto: l’Asiago e addirittura il Cat 28 dalla cui vite incipiente a bassa quota eri uscito non si sa come. Voi grandi davate la colpa di quella vite alla mancanza di svergolamento alare che faceva sì che quando un’ala superava l’incidenza critica stallava tutta quanta. Noi stavamo ad ascoltare e a meditare.
Ai miei vent’anni il fossato di tre anni era quasi sparito e ciò mi aveva permesso di diventare tuo ascoltatore fisso. Infatti eri e sei un affabulatore infinito. Già a quel tempo eri un asfissiante ricercatore dell’aiutante e dell’ascoltatore fisso. Andavamo a piedi da casa tua (Porta Venezia) a via Conservatorio per rimettere in sesto l’Arcore CVV3 I-DICI che era stato alluvionato nel 1951 dal Lambro straripato a Monlué.
Dovevo tenere botta e, smilzo com’ero, mi infilavo nel troncone di fusoliera mentre tu martellavi e martellavi e parlavi. Aneddoti e aneddoti sui tuoi studi in medicina: l’aula di anatomia, la mano della levatrice, l’abilità manuale in chirurgia. Ecco: la mano abile. E tu l’avevi quella benedetta mano abile. L’avevi allenata con l’aeromodellismo sofisticato, quello del veliero dentro la bottiglia per intenderci. Limavi il perimetro dei pannelli di compensato per spalmare e allineare i tre strati da un millimetro in un orlo di un centimetro, pronto per la caseina e per essere incollato al pannello vicino usando listelli con appuntati i chiodini a cui io avrei dovuto tener botta da dentro.
Lavoravi e parlavi e io ad ascoltarti. Ma osservavo con invidia quelle abili mani. A proposito ero incantato a sentirti dire che un bravo chirurgo deve saper fare il nodo al capo d’un filo di refe con una sola mano. E ti vedevo allenare all’uopo.
E così nasceva quell’amicizia che mi vanto assomigli a quella dell’allievo greco per il maestro.
Col tempo ho imparato la storia della nascita del volo a vela in Germania. Ho toccato con mano gli Akademisches Flieger Gruppe (Akaflieg) ed ho fatto il parallelo fra quei volovelisti pratici e tu stesso. Là in Germania, tutt’ora, il socio dell’Akaflieg inizialmente lavora a riparare alianti, iniziando col ripulire i resti sporchi di erba e terriccio dei fuoricampo mal riusciti. Tu hai seguito intuitivamente quella stessa gavetta. Il tuo volo a vela è di socio onorario di un Akaflieg. Il tuo volo a vela a Monlué ti ha fatto portare alla Avm anche tua sorella Marisa e ti sei trovato cognato di Edgardo Ciani, il nostro indiscusso capo Akaflieg italiano. Questa era un po’ la predestinazione del socio Akademico, ammiratore del geniale progettista. Geniale progettista che stava al passo coi tempi come si usava allora (anni cinquanta-sessanta), in maniera epistolare con i vari politecnici, usando il tedesco col vocabolario in mano, e lavorando con il capo officina Felice Gonalba. Quel Gonalba che, da perito agrimensore (vedo un po’ di Kafka in questa dizione, vera peraltro), era apprendista stregone del Cabilla maestro all’officina del Poli.
E così la tua professione di chirurgo dalla abile mano si è innestata naturalmente con quella di volovelista completo. Prima da pilota. Poi da istruttore. Eri molto esigente sul piano della teoria e del rapporto simbiotico istruttore-allievo in quanto tutti noi, provenendo dal metodo monocomando, stavamo interpretando il doppio comando in maniera analoga. E quindi sbagliando: col doppio comando il rapporto istruttore-allievo è molto più semplice, meccanico e molto molto meno simbiotico.
Fra i tanti pallini da ricercatore del comportamento umano (derivazione di quanto detto sopra) eri diventato ad un certo punto il teoretico dell’insegnamento del volo cieco. In ciò trovando un forte alleato nel famoso Stanislaw Wielgus approdato dalla Polonia a Calcinate e poi a Rieti. Su questa strada hai trovato nel tempo estimatori e detrattori. Ma tu, indefesso, ne sei ancora un convinto cultore anche se non si potrebbe più volare in nube secondo i regolamenti. Ma ricordiamo tutti il campionato del mondo del 1972 in Jugoslavia dove si volò ogni giorno nei Cb.
La tua passionaccia per il volo a vela ti ha fatto portare un figlio (Luca) all’Accademia Aeronautica. Lo hai visto fare il primo volo da sottotenente pilota sull’F104 al mattino a Grosseto e lo hai perso al pomeriggio di quello stesso giorno in quel terrificante incidente automobilistico che te lo ha strappato con la Cia. Questo te lo ricordo adesso, solo per iscritto, perché è giusto che tu sappia che io mi ricordo tutto e che non te ne parlo mai perché non ne ho né il coraggio né le parole. Ma che ciononostante lo sento come riguardante tutta la mia famiglia.
E tu sempre medico e volovelista. Anche in Africa. Dove, tu scettico, incontrato il Cardinale Carlo Maria Martini, sei stato affascinato da quel grande uomo e pensatore, e lo porti dentro di te quasi come un confessore spirituale, un punto d’appoggio, dimostrando che hai bisogno del trascendente, di amicizia, di comprensione, di fratellanza. Roba che dopotutto hai sempre cercato nel tuo volo a vela e che porti avanti tutt’ora nel Centro .Studi del Volo a Vela Alpino di Calcinate
E tu comunque sempre avanti. Sulla porta del tuo bungalow la scritta Dr. Leeno. Sulla bocca degli indigeni e delle puerpere indigene il nome dr. Leeno. Dr Leeno come <<il salvatore>>, colui che porta sollievo al dolore, ma anche speranza, anche vita quando praticamente non ce n’è più.
Ti sono grato dei filmati sulle rive dello Zambesi, delle tue descrizioni dell’urlio notturno della savana, dei tuoi studi di paleontologia in Africa. Perché il poeta e il ricercatore in te sono innati.
I nostri incontri volovelistici sono pieni di queste tue descrizioni perché la tua facondia non è venuta meno. Affabulatore eri a vent’anni, affabulatore sei ancora oggi. E i tuoi racconti sono sempre infarciti dell’ultima barzelletta (qualità che era anche di Abramo Lincoln e che è qualità dell’uomo serio rispetto all’uomo serioso).
E hai sempre lo stesso vezzo: procurarti un aiutante per lavorare sugli alianti. Li trovi, li trovi. Ma poi essi ti abbandonano. Io sono uno di questi. Ma tutti ti ricordano come maestro, come insegnante, come uomo. E assieme alle tue parole vedono la mano abile che adesso è diventata una mano magica. E assieme vedono la tua cassetta dei ferri. La cassetta del mago Leeno.
Questo dovevo scriverti perché a parole non ne sono capace,
tuo Pietro.

Franco
Dalle radici. Prima domenica dopo l’Epifania del 1966, ore 9, appendici dell’hangar di Bresso. Seconda ora (50′) del primo giorno del corso teorico gratuito di Volo a Vela dell’AVM. Docente Prof. Dott. Bartolomeo DelPio, “Tecnica del pilotaggio”. Come si forma il sistema nervoso nel feto…..
Alberto Albertazzi
“A lava’ il co all’asnit se perd temp, acqua e savun” per i non milanesi: “ lavare la testa all’asino si perde tempo, acqua e sapone”. Era il proverbio milanese che Lino ripeteva spesso a chi nei club di volo a vela non capiva l’importanza del Vintage. Con la Sua passione e competenza ha ricostruito l’Urendo e lo ha fatto volare, ha contribuito alla rinascita del Bergfalke II I-EVAM. Diceva spesso chi non conosce la propria storia non ha futuro…

Roberto Martignoni
Un aneddoto che ben ricordo. Riparazione/ricostruzione dello Zoeglig
Sembrava talvolta di essere in sala operatoria dove Lino era il primario ed io l’aiuto di sala. Le mani sul paziente, vedi Zoegling, potevano essere solo le sue; io dovevo passargli gli utensili necessari e guai se non erano quelli giusti, o presentati in maniera non consona. Guai se il martello o una lima non le venivano fornite in modo che lui le potesse afferrarle per il manico. Erano, diciamo, non dei complimenti che uscivano dalla sua bocca, ma delle esclamazioni senza nessuna cattiveria. Era di carattere burbero ma sempre pronto ad aiutarti.

Tonino Pollio
Una voce amica ha portato a mia conoscenza un lutto che, più di tanti altri, mi rattrista e mi “impone” di essere vicino a tutte le persone amiche di Del Pio Bartolomeo. Il suono della sua voce “querula” corre e correrà finché vivo nella mia mente e nel cuore. Con Del Pio le mie conoscenze di progettazione e costruzione aeromodellistica hanno fatto passi da gigante consolidandomi poi nella passione per il volo a vela, passione per il “sapere” e non per “l’avere” così invadente nella cultura corrente. Il suo esempio invade i miei ricordi e mi guida ad essere vicino e commosso a tutti i suoi amici, ammiratori o semplici conoscenti…Vola Del pio, per questa missione non servono ali di adeguato allungamento con flaps e winglet.
Paolo Cassina
Paolo ha raccolto una lunga serie di aneddoti su Lino del Pio, che condivide con i Piloti del Legno.
“SONO DEL VOLO A VELA”. Metà anni ’90, quella volta non ero con lui, ma me la raccontò successivamente con ironia e soddisfazione. Nei dintorni di Rieti o Foligno, sulla strada del rientro a casa, si era fermato a consultare la cartina stradale accostando la “Fiat Multipla” su uno slargo a lato della strada che si rivelò cedevole, molto cedevole. Preso dalla consultazione notò che “l’orizzonte si era messo in virata”, ma non ci fece molto caso. Ma poi anche i suoi “canali semicircolari” si svegliarono e alzando gli occhi si trovò coricato su un fianco. Uscendo da sommergibilista, sollevando la portiera del lato guida ed emergendo non senza qualche complicazione, si trovò al cospetto di due esterrefatti carabinieri e, per tranquillizzarli, non trovò di meglio che gridare allegramente a loro: “Sono del volo a vela!”. Lo aiutarono a raddrizzare l’auto e … anche quella volta lo lasciarono andare. E l’auto? Arrivato a casa le diede una bella lavata col tubo dell’acqua; non aveva sofferto danni. “Belissima la Multipla!”
UN CHILO D’UVA. Anche questa me la raccontò lui. Foligno, forse nel primo decennio 2000. Estate, gran caldo, golosissimo di frutta aveva acquistato un chilo d’uva per cena e nell’attesa del suo turno sul Duo Discus -già in volo, forse con Giorgio Davini- piluccava allegramente. Il volo del Davini si protrasse a lungo e il caldo c’era. Pilucca che ti pilucca, al momento del suo turno di volare l’uva era finita. Mi raccontò che il volo fu alquanto breve con un atterraggio “lunghiiiiiissimo” fino al fondo del campo …e la pista di Foligno è bella lunga. CHIAMATA RADIO: “Non scendo dall’aliante; portatemi molti giornali … e il mio asciugamani”. Il “rituale di sbarco” iniziò con il togliere le stringhe delle scarpe e legare le braghe strettamente sopra le ginocchia poi, dopo aver allontanato gli astanti e sganciato il paracadute, l’uscita vera e propria dall’abitacolo e il copioso utilizzo dei giornali … il resto fu routine. Fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione, tutti pregi che non gli difettavano, ovvero il meglio dell’improvvisazione secondo necessità.
NESTOR SLEPCEV. Aveva comprato il kit dello “Slepcev Storch” e in men che non si dica l’aveva assemblato. Aveva anche accettato un mio suggerimento per “migliorare” la sollecitazione a taglio sugli attacchi del longheroncino posteriore dell’ala e gli avevo fornito lo schemino elettrico per il trim che comprendeva gli interruttori di fine-corsa per non sforzare inutilmente il motorino di azionamento. L’aveva motorizzato Rotax 80 CV “non turbo”. E un bel giorno mi dice che il buon Nestor Slepcev sarebbe arrivato in Europa dall’Australia (sono ca. 25 ore di viaggio: io l’ho fatto molte volte), che avrebbe visitato alcuni suoi clienti e lui era nella lista. Mi chiese di partecipare all’incontro come “interprete” e io aderii di buon grado. Nestor arrivò ad Arluno in taxi, credo da Malpensa, e subito venne “aggredito” da Lino che gli fece tutta la relazione dettagliata sullo Storch e gli chiese consigli a profusione. Da allora gli interpreti professionali hanno tutta la mia solidarietà. Tirammo avanti fino oltre le 23:00, quando Nestor, con occhi velati e imploranti, mi dice che ha fame e sete e che in viaggio ha mangiato poco-niente. Per bere, ha bevuto … acqua, ma mangiare ad Arluno e dintorni alle 23:00?! Ripartì in taxi a sue spese, rigorosamente a digiuno, diretto non sapemmo mai dove, ma ben deciso a non replicare la visita. Credo abbia avuto molto a ridire sulla “proverbiale ospitalità italiana”. Anch’io mi accasciai in auto e tornai a casa; non ricordo se mangiai qualcosa. Lino mi salutò serafico e contentissimo, minimizzando l’accaduto con un “mangeremo domani a colazione”.
E lo Slepcev Storch non l’ha mai tradito, sin dai primi voli di collaudo sul campo di Mezzomerico. Ero presente e mi azzardai a chiedergli se avesse “fatto pratica” a motore, ma non ebbi mai risposta.
Il suo amico Lorenzo, pilota “a motore” e compagno di avventure africane, venne a trovarci con lo Slepcev Storch a St. Auban, credo nel 2006 o 2007. Il volo di ritorno con Lino a bordo, il pieno di carburante, un po’ di bagaglio, 80 CV “asfittici” e “con tutta quella roba al vento” -per indicarne la silhouette non propriamente aerodinamica- si piantò poco dopo Briançon e lo Storch non volle saperne di salire per scollinare al Monginevro. “Lo prendo io … e mi sono infilato in un termicone”, tolse motore che “tanto non serve” e dopo una decina di giri “eravamo in Paradiso” con planata garantita verso la pianura padana.
UNA SCATOLETTA DI TONNO. Nel 2007 St. Auban aveva sì il “ristorante”, ma era meglio e più economico fare da soli, specialmente a mezzogiorno prima di volare. Noi si partiva da casa sempre ben attrezzati con pasta, olio e scatolame. Pane, frutta e verdura erano ottime sul posto. Quell’anno la “mensa-fai-da-te” era particolarmente frequentata e c’era pure un pilota militare canadese in pensione, specializzato nei trasporti oltre il circolo polare artico che alla sera ci raccontava come, senza radioaiuti, si volava VFR, senza l’inutile bussola, con le stelle visibili anche di giorno e i pennarelli a colori …ma questa è un’altra storia. Io e Lino pranzavamo insieme su un piccolo tavolo e quel giorno il menù era a base di insalata mista e io aprii anche una scatoletta di tonno. Vidi Lino scattare in piedi come una molla, senza l’ausilio del bastone da passeggio che già si portava dietro e ululandomi un “ma tu mi vuoi uccidere” si precipitò caracollando, con piatto e posate, sull’angolo opposto della sala da pranzo aggiungendo uno “stammi lontano”. Seppi poi, ben dopo pranzo quando ormai s’era calmato, che il tonno in scatola era per lui come l’aglio per Dracula! E dire che il fritto misto di pesce lo mangiava.
Ma il pranzo non finì così. Standomi alla larga, e io ancora non avevo capito la ragione di quel suo comportamento, si avvicinò al canadese con fare cospiratorio-confidenziale e, con tono di voce udibile da tutti “Il y a un pédéraste parmi nous …” e il canadese sorpreso “Mais vraiment !? Et qui est-il?” … alcuni sguardi si girarono verso di me … “Si tu me donnes un baiser, je te le dirai!”. A mezzanotte il canadese rideva ancora.
L’ultimo volo lo facemmo insieme su un Duo-Discus, ma non riuscii mai a fare l’usuale chiamata di sottovento al traverso di Montfort, ogni volta che tentavo di schiacciare il PTT lui mi apostrofava gridando sul suo microfono davanti alla bocca: “devi chiamare la prenotazione, ma perché non chiami?” Io restai con il pollice rattrappito in posizione di chiamata per tutto il sottovento, base e finale; non ci fu verso di zittirlo per fare una chiamata radio senza le sue berciate in sottofondo.
SISTERON 2004. Con un gruppo di amici aveva deciso di andare a volare a Sisteron per una o due settimane, portando il Duo Discus D-2312, smontato e a rimorchio, via terra. A causa degli impegni pregressi degli altri “sodali”, il trasporto l’avrebbe fatto lui con la sua amatissima Fiat Multipla. Non me la sentii di lasciarlo andare da solo e mi aggregai con la mia auto per fargli da battistrada. Partimmo venerdì 2 o sabato 3 agosto 2004 e uscendo dal campo di Alzate si incastrò subito all’incrocio fra via Risorgimento e via Giovio, svoltando “verso valle”. Quando dico “incastrato”, non intendo “fermato”, bensì proprio fisicamente e meccanicamente ben incastrato di traverso fra i muri perimetrali delle case. Fece molti tentativi di manovra lasciano sul muro, che allora era restaurato di fresco, delle “unghiate” ancora oggi 2024, ben visibili con Street-view di Google-Map“. Non si fece vivo nessuno. E dire che fece urlare il motore della povera Multipla, consumando la frizione con infruttuosi tentativi e mal accettando i miei suggerimenti di lasciare il motore al minimo e lavorare solo di frizione con piccoli spostamenti. Dovemmo sganciare il rimorchio, con tutte le precauzioni del caso, perché la strada è anche in leggera discesa e con grande fatica riallinearlo a mano mettendolo in centro strada per un nuovo tentativo. Ma a questo punto “motu proprio” e ormai esausto, mi offrì il volante dicendomi che lui avrebbe dato indicazioni da terra. Ce la feci a passare, sfiorando i gradini della casa di fronte con le ruote anteriori e il rimorchio passò “per intero” e senza far altri danni a sé e ai muri. Iniziammo il viaggio che non ebbe altri inconvenienti sino al momento di “arrampicarci” in Val di Susa. Io lo precedevo di circa cento metri a velocità moderata e costante quando, su una leggera salita e in galleria (doppia corsia e un sol senso di marcia, beninteso), mette la freccia e mi sorpassa come un forsennato. Mi precedette fino all’area di servizio che avevamo concordato, dove mi apostrofò: “Devi muoverti accidenti! Non riesco neppure a mettere la terza!”. Si era ormai pienamente ripreso dalla “mortificazione” inflittagli dalla strettoia di Alzate. I tornanti a salire verso il Monginevro vennero superati senza problemi, lui davanti e io dietro. Ben diverso fu quando inanellammo i tornati a scendere verso Briançon; io lo precedevo per segnalare al traffico che sopraggiungeva in senso opposto l’arrivo del “carico eccezionale”. E ogni volta che percorreva il tornante, un baccano infernale! Il rimorchio sollevava da terra tutte le sue quattro (… o solo due?) ruote e percorreva il tornante strisciando sulla coda, fortunatamente equipaggiata da robusti pattini, come constatammo poi. Tutti i tornanti li percorse così, senza mai “imbroccare” una traiettoria congeniale al povero carrello. Ormai non lontani da Sisteron ci fermammo per ispezionare il carrello e constatare che il lungimirante costruttore aveva previsto “sulla carta” tutte le nefandezze che Lino aveva escogitato quel giorno. Gli angoli del carrello protetti da robusti profilati di alluminio per “rasare” senza problemi i muri delle case e pattini di dimensione adeguata in coda per dissodare senza danni i tornanti del Monginevro. Lino era genuinamente sorpreso da tale preveggenza. Non conservo ricordi del montaggio del Duo a Sisteron, ma ricordo solo che, a fine montaggio, mi indicò un aliante che avrebbe surclassato l’ETA, come infatti avvenne. Ci incuriosirono anche alcune eliche bipala poste in cima a dei tralicci in mezzo ai frutteti sul lato est del campo di Sisteron. Andammo a curiosare e fummo subito intercettati dal proprietario, di origine italiana, che tranquillizzammo, spiegandogli che eravamo curiosi di vedere quel “generatore eolico”. Ci spiegò che in realtà si trattava di un ventilatore azionato da un diesel da autocarro, brevetto italiano/emiliano, che serviva a muover l’aria nel frutteto per evitare le gelate notturne durante il periodo della fioritura primaverile e salvare così i raccolti; semplice e geniale! Rimasi un solo giorno e feci un sol volo con lui a Sisteron, sostituito nei giorni successivi da Margherita, la comune amica, compagna di tanti anni di volo a Rieti e St. Auban. Successivamente arrivarono anche i “sodali”. Ma io non ricordo nulla del mio solitario ritorno a casa in auto …mancava Lino.
INCROCIA LE GAMBE. Seguii tutte le tappe del recupero dell’URENDO I-AVMI. Dal ritrovamento in una “legnaia”, dove fungeva da trespolo per polli e piccioni, al recupero di tutti i documenti presso Giorgio Frailich che ne era ancora l’intestatario, al trasporto presso “l’atelier” di Lino dove lui iniziò con entusiasmo tutti i lavori di restauro. Mi colpì molto il metodo di sverniciatura “non cruenta”, senza abrasioni meccaniche dell’ala. Sfruttò le sue conoscenze mediche escogitando un “bendaggio occlusivo” di ca. 1 mt per volta lungo l’ala. La “pomata” era un impasto di sabbia e segatura ben imbevuto di diluente alla nitro, il tutto occluso poi da pezze di tessuto a far da contenimento e per finire un bendaggio di pellicola in plastica, per minimizzare l’evaporazione, tipo “domopak” o tutto ciò che riusciva a raccattare, dai sacchi di spazzatura -non ancora usati, beninteso- alle buste in plastica per capi d’abbigliamento. Con la dovuta pazienza e un minimo di raschiamento manuale, il risultato fu egregio. Non mi dilungo sugli altri passi del restauro che furono abbastanza convenzionali ma portati avanti con il suo solito ritmo da “panzergrenadier”. Mi convinse che la parte estetica di verniciatura e decorazione dell’aliante con le moderne pitture era “antistorica”, perché “verniciavamo con cosa c’era e il risultato era quel che era”. Ma la bontà del restauro strutturale e funzionale era fuori discussione e l’I-AVMI fece il volo officina con lui ai comandi e rinnovò il CN (Certificato di Navigabilità) senza intoppi. Presenziai al primo volo a Calcinate nel 2006, non ricordo la data esatta, ma da qualche parte ho una foto di quel giorno con lui a bordo. Ciò che invece ricordo bene è il “concerto” acustico generato dai diruttori, non perfettamente a filo dell’estradosso, coadiuvati da altre fessure non ancora adeguatamente nastrate … ma quando mai! E fui presente anche all’esordio dell’URENDO al raduno di alianti storici a Pavullo, non volai, mi fermai un solo giorno e, uscendo dall’aeroporto vidi un velocissimo atterraggio di Lino con Vincenzo Pedrielli a bordo. Effettivamente i 15 m di apertura alare e il carico elevato avevano il loro effetto. L’URENDO era stato pensato come aliante-scuola economico, perciò meno materiale c’era e più economico era. E arrivò anche il momento di fare il rinnovo del CN, se ne occupò sempre lui e sempre lui reinstallò tutti i comandi, cavi della pedaliera inclusi. E rifece il volo officina ma successe un piccolo pandemonio, l’aliante era incontrollabile e dopo uno sgancio di emergenza lo riportò a terra “torcendo” la fusoliera e procurandosi un altro bel po’ di lavoro per ripristinarlo e riportarlo “all’onor del volo”. Neanche troppo mortificato, mi disse che aveva scambiato i cavi della pedaliera e che in tutti i controlli a terra non s’era mai accorto dell’inversione dei comandi. “MA POTEVI INCROCIARE LE GAMBE” gli dissi … mi guardò perplesso e sorpreso, l’unica volta che riuscii a “sorprenderlo”, forse la battuta rientrava nei suoi canoni “neuro-interpretativi” e pacatamente mi rispose che se n’era reso conto solo una volta a terra. Ma l’URENDO volò ancora.
ADDIO ALLE CHIAPPE. Ogni anno trascorreva sei mesi o più a esercitare la professione di medico e chirurgo in Africa, nelle missioni collegate, se non ricordo male, alla diocesi di Milano e al CUAMM. Era la cura, dicevo io, “contro i miei fantasmi”, come diceva lui, che lo visitavano nottetempo. Trascorreva in Africa i mesi invernali, spesso prolungando la permanenza e, almeno un paio di volte, non avendo sue notizie, mi capitò di cercarlo per aver conferma del suo stato di salute e del suo rientro in tempo utile per i nostri soliti “stages” periodici e frequenti, di volo a vela, prima a Rieti e poi a St. Auban. Tornava sempre con molti aneddoti legati alla professione, che esercitava anche per dodici ore di seguito, mangiando e dormendo se e quando poteva. Quella volta era appena arrivato a destinazione in Africa che gli portarono un paziente “incidentato”, con un trasporto a piedi, su una barella improvvisata, in posizione rigorosamente prona e dopo alcuni giorni di viaggio attraverso la savana. Era un autista di quegli autocarri che attraversano le regioni africane su strade polverose, non asfaltate, costruite su terrapieni elevati per proteggerle dall’invasione di una rigogliosa natura. La monotonia del viaggio, il caldo, la più che sobria alimentazione congiunta all’abbondanza delle libagioni fa sì che il numero di autocarri che escono di strada ribaltandosi nelle scarpate sia molto elevato con esiti spesso fatali per i conducenti e gli eventuali passeggeri. Quello che gli portarono fu particolarmente fortunato a non accopparsi e a trovare un “signor chirurgo-bricoleur” che lo rimandò al suo villaggio restaurato lo stesso giorno in cui il chirurgo, Lino, rientrava a casa circa sei mesi dopo. Il desso, probabilmente non così ubriaco, vista la mal parata pensò di abbandonare la cabina di guida e planare coi glutei sulla scarpata, percorrendola in tal modo trasversalmente per una trentina di metri. Va da sé che lo trovarono con le teste dei femori esposte, dissimulate solo dal pietrisco, detriti, spini e arbusti che a “chiappe strette” aveva raccolto lungo la scarpata e, in cotal guisa, senza medicazione preventiva e senza pulizia alcuna, dopo qualche giorno di trekking nella savana, lo consegnarono a Lino. Lascio a voi immaginare da che cosa dedusse che “le chiappe erano strette”.
Non essendo io del mestiere, non ricordo i dettagli della “procedura” per tenere in vita e recuperare alle forze il poveretto, evitandogli setticemia, polmonite e quant’altro. Ricordo solo che il primo “step” del trattamento fu quello che riservava ogni tanto alla sua Fiat Multipla: tubo dell’acqua all’aperto e abbondante lavaggio. Disse che con tutto quello che gli “lavò dai glutei” avrebbe potuto selciare i vialetti di casa ad Arluno. Poi pulitura e disinfezione delle ferite e lì si accorse che vedeva le teste dei femori. Fleboclisi, antibiotici, antitetanica, antitutto! Dopo qualche giorno, si improvvisò “chirurgo plastico”: doveva in qualche modo far ricostituire la cute alle chiappe e non poteva far altro che trapiantargli lembi di pelle che man mano prelevava da altre parti del corpo. Mi sembra di ricordare dalla parte alta della schiena, le spalle, il petto, le braccia, ovunque insomma dove potesse “leggermente scuoiarlo” per reintegrare la vasta area delle chiappe che, in genere, è lei la “miniera di pezze”. Insomma, restringi di qui, rattoppa di là, tira i lembi per diminuire per quanto possibile la superficie esposta, alla fine della sua permanenza rientrarono a casa, ciascuno per la sua strada, ma non senza avergli rifatto “un culo così”. Diceva: “Non son mai riuscito a capacitarmi delle capacità di recupero del corpo umano, malgrado medici, cure e avversità”.
FERMATA D’AUTOBUS. “Poteva capitare in quei primi anni subito dopo la guerra …”. Esordiva spesso così, preparando la giusta collocazione storica delle sue “storielle morali” che altro non erano se non la rivisitazione di alcune “barzellette d’epoca”, anche se è riduttivo chiamarle così che, raccontate da lui, avevano intenti pedagogici sia per noi adulti che per i nostri figli ancora fanciulli in vacanza con noi a Rieti o in Francia. Sobrietà, risparmio ed essenzialità nei sentimenti e nei comportamenti della vita quotidiana erano temi ricorrenti. E l’ambientazione di queste “storielle” nei primi anni di ristrettezze del dopoguerra era perfetta, quando tutto si riutilizzava e si riciclava per gli usi più svariati e improbabili, specialmente in situazioni di emergenza, quando un giovane studente di medicina improvvisamente assalito da impellenze fisiologiche in quel di Milano, doveva sollecitamente scendere dall’autobus, trovare un angolino appartato in uno scampolo di verde con un cespuglio di congrue dimensioni e, una volta “risolto” procedere a “nettarsi” adeguatamente. L’uso dei fogli di appunti scolastici e men che meno dei libri era da escludere! Altrettanto dicasi per i fazzoletti di stoffa -quelli di carta eran ancor lungi dal comparire- che erano parte nobile dei “corredi matrimoniali” dei genitori. Non restava che il biglietto dell’autobus. “Tanto si era già scesi. Sapete, quello piccolo, rosa, di carta velina di 3x9cm che ti allungava il bigliettario quando salivi a bordo e pagavi la corsa … altro che adesso che si va a scrocco!”. Essenziale ripiegarlo due volte, incrociando. Poi strappare un semicerchio di circa 0.5cm, dall’angolino più consistente, conservando con cura “per dopo” il pezzetto rigido e appuntito, trattenendolo con il dito mignolo contro il palmo della mano. A questo punto, dispiegando il biglietto, ci si trovava con un bel foro centrato ove infilare l’indice o il medio della mano destra –sinistra per i mancini- e a questo punto non servono giri di parole per spiegare l’uso del dito così protetto. A fine operazione, accartocciando con attenzione e abilità il biglietto attorno alla punta del dito, questi sempre inserito nel foro del biglietto, si terminava pulendo ed asportando al meglio secondo l’abilità di ciascuno. E se il mignolo non s’era distratto ed aveva trattenuto il predetto pezzetto rigido e appuntito, si poteva efficacemente pulire il “sottounghia” del dito che aveva “operato”. Essenziale quest’ultimo passaggio specialmente per giovani e adolescenti dediti all’onicofagia. Ovviamente questi racconti arrivavano sempre a fine cena.
I GIARDINI DI MARZO E CAMOMILLA. Credo fosse l’ultima settimana di luglio del 1995, l’anno in cui lo conobbi a Rieti; era appena rientrato da una delle sue missioni africane. Ci conoscemmo e ci presentammo a pranzo o a cena nella pizzeria che si trovava all’inizio di via Celestino Rosatelli, sulla piazza dove finisce viale Maraini. Chissà se c’è ancora. Con noi Ferruccio “Ferro” Piludu col quale feci poi un bellissimo volo con lo Janus alla fine di quello stage, tra Rieti, Assisi e Borgo San Pietro. Poca cosa direte voi, ma per me allora era tanto. E Lino cominciò a sparare a zero sugli scrocconi romani che sfruttano le “nordiche risorse economiche” dell’aeroclub centrale etc. etc. Ferro pazientò per un po’, poi gli rispose piccato. Lino cambiò registro e tutto finì lì. Passò ad illustrarci il “Metodo/diagramma di Crocco” per la valutazione della stabilità longitudinale degli alianti, del quale non conoscevo l’esistenza, ma che da allora approfondii, informandomi anche su chi erano i Crocco, padre e figlio e ciò che avevano fatto per lo studio del volo. Fu l’inizio di una serie di “stimoli intellettuali” che sistematicamente Lino proponeva.
Alla sera, o il giorno dopo, tornammo nello stesso locale con tutto il gruppo degli stagisti; c’era anche Margherita Martelli che da allora formò con noi un sodalizio volovelistico itinerante che non s’è più sciolto.
A fine cena, dopo una pizza “quattro stagioni” -ancora non si era convertito alla “ortolana”- un bel birrone e il suo beneamato Magnum, ci disse di un cantante di Poggio Bustone che aveva fatto fortuna al nord, ma del quale non ricordava il nome. Era particolarmente legato all’artista perché un giorno del 1972 o del ‘73 rientrando da Monluè con un gruppetto di soci AVM dove avevano ritirato un aliante appena riparato da Felice Gonalba, cantavano a squarciagola felici e spensierati “Il carretto passava e quell’uomo gridava: gelatiii“. Su “gelatiii” il loro carretto NON passò sotto il basso cavalcavia che avevano appena imboccato. Raccolsero i cocci, girarono “il carretto” e tornarono da Felice Gonalba con altro lavoro da fare.
La cena finì con caffè per tutti men che per Lino che chiese, senza ottenerla, una camomilla … “e allora un caffè”. Sapeva adattarsi.
Pochi anni dopo, quando morì Lucio Battisti, seppi che era lui il cantante di Poggio Bustone. Io son sempre stato un perfetto “analfabeta” di musica contemporanea, anzi, di musica in genere e anche Lino non mi ha mai lanciato stimoli in quel senso. L’unica volta che lo “sentii suonare o cantare qualcosa” fu il volo di collaudo dell’URENDO appena restaurato e del quale ho già raccontato.
ISTRICE E CANOLICCHI. Anche qui la data è certa. Fu la penultima settimana di luglio del 1998. Mio figlio Francesco venne con me a Rieti dopo gli esami di terza media. Passava il suo tempo a chiacchierare, anche per radio, l’ho saputo solo ieri 04-06-2024, nella “torre” dell’aeroporto; io non ci son mai stato nella torre e a malapena ricordo che c’era, oppure “a scottarsi” in piscina: tornò a casa con la “pelle nuova”. Ogni tanto gli dava un’occhiata Laura Cassani quando terminava la sua serie di traini. Non vedevo Laura da alcuni anni, da quando non frequentavo più l’AVM e da allora la ripersi di vista; ripartì quasi subito da Rieti e non ebbi l’occasione di ringraziarla. Quell’anno io e Francesco pernottammo in una roulotte: un martirio per il caldo e le zanzare. Per “premiarlo della promozione” e contenere le sue rimostranze, lo portai in volo sul Twin Astir I-IVVB, con la benedizione di Jacky “Kiki” Clairbaux, allora appena nominato direttore del “Centrale”, coadiuvato da un giovanissimo Giorgio Ballarati.
Alla sera si cenava tutti insieme in qualche trattoria nei dintorni di Rieti e una sera il buon Ennio Gerometta notò l’acconciatura dei capelli di Francesco, impomatati a punta e ben dritti sulla testa secondo l’usanza di quegli anni: “Se piovessero canolicchi, ti si pianterebbero tutti in testa … e avremmo l’antipasto assicurato”.
Durante il giorno Francesco “collaborava” con Lino, acquistandogli le “Diana morbide”, spingendo e lavando il suo aliante. Il rientro a casa in quattro, ovviamente c’era anche Margherita sul sedile anteriore, fu lungo la E45 / SS3bis via Cesena, sulla mia Fiat “Brava” senza climatizzatore e Lino e Francesco mi fecero un “porcaio” -vorrebbe essere l’inadeguato accrescitivo di porcile- a base di frutta, gelati e sigarette sul sedile posteriore. Ogni tanto mi fermavo per pulire e insultarli. Non son mai riuscito a smacchiare il sedile e da allora le mie figlie, spalleggiate da mia moglie, quando protestavo per le “briciole delle merende” che facevano in auto mi rinfacciavano che a Lino e Francesco invece permettevo tutto. Quando riconsegnai l’auto alla scadenza del “leasing” mi trattennero la franchigia e stavolta fui io a rimbrottare figlie e moglie, che a causa delle loro briciole … ricordiamo ancora con grande piacere quei giorni e le risate insieme.
Una sera a cena al campo “da Remo” ci fu maialino alla brace per tutti: davvero eccellente! Scoprimmo dopo cena, dalle parole di Ennio, che si trattava di un istrice investito nottetempo. Se istrice era, sicuramente fu di “ottima famiglia”. Lino tentò qualche timido paragone con certi rettili alla brace e tranci di coda di coccodrillo che le suore gli avevano ammannito in Africa ma “Stavolta il maialino di Remo è infinitamente meglio”. Intanto sottovoce diagnosticava, con dovizia di particolari e congetture sulle cause, le disfunzioni epatiche che intuiva sotto il ventre dilatato del nostro “ospite”. Altro che TAC e “risonanze”.
L’ULTIMO DEL CIANI. Riuscì a convincere il cognato Edgardo Ciani a progettargli un ultraleggero biplano, biposto in tandem da motorizzare con un Rotax da 80 CV. Era forse prima del 2010. Il progetto partì e contemporaneamente anche la costruzione realizzata magistralmente da Lino come sempre. Fece la fusoliera con la deriva e lo stabilizzatore ma, quando si trattò di “progettare” il carrello il cognato cominciò a manifestare i primi segni di “cedimento cognitivo” e il progetto si arenò lì. Tutto il lavoro del Ciani è raccolto su due paginette: un trittico con dimensioni e pesi e un foglio con i “parametri principali” intorno ai quali il progetto si stava sviluppando. Ricevetti da Lino una serie di fotografie di quanto già realizzato, ma malgrado i miei “lanci promozionali” verso gruppi di autocostruttori e aeromodellisti, questo progetto non suscitò alcun interesse e tutto finì in “rottame”. Nella stringata “monografia” che realizzai per promuovere il progetto e la costruzione, illustrandola con le fotografie ricevute, mi permisi di battezzare il biplano col nome di ULTIMO, come in effetti ultimo fu, sia come progetto dell’ingegnere Edgardo Ciani che come tentativo di realizzazione ex-novo da parte del Dottor Bartolomeo “Lino” Del Pio, che invece proseguì ancora con qualche attività di restauro di altri alianti e libratori storici. Mi sarebbe piaciuto vederlo volare con le marche I-CIAN o I-LINO.
UN CAFFÈ A PARIGI. Ovvero sull’importanza della cultura, che mai mancava di promuovere. E partiva sempre con l’ambientazione storica, ovvero quel “sobrio periodo” dei primi anni ’50 del 1900 quando il “consumismo” e la “Milano da bere” erano ancora al di là da venire. Ma già c’erano piccoli nuclei di benestanti che stavano facendo fortuna con la ricostruzione post-bellica e con la “voglia di bello” che serpeggiava nella società. I mobilieri canturini, rinomati da sempre, guidavano questa voglia di riscossa con risultati economici ragguardevoli. E con i risultati economici sopraggiunse anche una certa voglia di conoscere il mondo fuori dalla provincia. Niente di meglio che approfittare della vicinanza dell’aeroporto di Malpensa e recarsi in visita nella capitale culturale europea. “Vado a prendere un caffè a Parigi”, sentenziò l’artigiano mobiliere all’ultimo incontro di categoria. E così fu.
E altrettanto coinvolgente fu il resoconto al rientro dal “viaggio culturale”. Sebbene il “Moulin Rouge” dove aveva trascorso una lunga serata fosse diventato “mulin rus”, le giovanissime ed attraenti dame di compagnia del rinomato locale assurgevano nel racconto a livelli intellettuali di tutto rispetto, dove la loro abilità e competenza nello scegliere i migliori vini per accompagnare leccornie costosissime e mai frequentate prima, le promuovevano a vessillifere di quella “cultura europea” tanto anelata. E alla fine, dopo aver saldato senza batter ciglio -noblesse oblige- il salatissimo conto, al nostro veniva richiesta la stilografica, mai restituita, e con tratto rapido e competente la signora disegnava sul tovagliolo un bel letto a due piazze! “Donna intelligentissima, l’aveva capì che mi eri un mubilié de Cantù”.
MEDICINA AFRICANA. Andava in Africa portandosi appresso i manuali di medicina di suo nonno “garibaldino”, anche lui medico-chirurgo. Conobbi il nonno in divisa da camicia rossa, naturalmente in foto, che campeggiava sulla parete nord verso il giardino di “villa Pogliani Del Pio”. La “medicina” e le metodiche di metà Ottocento si adattavano perfettamente al contesto africano dove Lino andava a operare; inesistente tutta la strumentazione tecnologica occidentale, le diagnosi si facevano, e ancora si fanno, “guardando e palpando”. Molti medici più giovani e “anche miei colleghi coetanei”, raccontava, si ritraevano inorriditi e impotenti dopo le prime settimane di permanenza.
La sua “clientela” era sempre molto giovane; in Africa l’età media è bassissima e il ciclo di ricambio generazionale molto corto: riproduzione continua e vita breve. Perciò le patologie più frequenti erano materia chirurgica: incidenti per i maschi e parti mal riusciti, tanti, per le femmine.
I pazienti arrivavano in “ospedale” sempre con un codazzo di familiari, maggiorenti della tribù, “sorcier”, lo stregone del villaggio, compreso, che era il depositario delle “pratiche sanitarie” della comunità. Lino, interessatissimo all’antropologia e sempre rispettoso delle usanze locali -quanti filmati, fotografie e registrazioni di canti e storie ha portato a casa e catalogato con cura certosina- coinvolgeva attivamente il “sorcier” per supportare anche psicologicamente il decorso post-operatorio. E tutti erano contenti. Le suore dell’ospedalino poi, “bravissime, altro che i preti”, avevano il loro bel daffare anche per gestire le provviste per il sostentamento del codazzo: pasti al sacco in versione Africa con mucche per il latte, animali da cortile, e chi più ne ha, più ne metta, tutto al seguito del degente. Immaginatevi queste situazioni “surreali” gestite dagli operatori sanitari nostrani. Solo Lino poteva adattarsi e trovarsi a suo agio senza recriminare e discriminare.
Le puerpere arrivavano in “ospedale” dopo qualche giorno di travaglio finito male, trasportate a piedi su barella e feto morto partorito a metà e già in avanzata … non sapere da che parte iniziare ma comunque dover finire in qualche modo, per rimandare a casa quelle madri di già “numerosa prole”. E, sempre cenando, giù dettagli sull’intervento e sulla chirurgia correttiva e demolitiva per salvare la vita ai pazienti, conservando e ripristinando tutte le funzionalità del caso. Avevo ormai imparato a “regolarmi”. Quando c’era lui a cena, appena rientrato dall’Africa, mi mettevo a dieta e spendevo pochissimo. Ma durò poco: “Più dei racconti poté il digiuno” e mi ci abituai.
E come trattare la frattura esposta di un femore? Senza l’attrezzatura ortopedica minima, sia chirurgica che meccanica, per un femore “sputato fuori dalla gamba” per la potente trazione -lui correttamente diceva: carico di punta- generata dalla muscolatura dell’arto. Escluso per le già citate ragioni “ottocentesche” l’innesto di “piastre in titanio”, ingegnandosi e sfruttando le metodiche basate sull’esclusiva trazione meccanica per ricomporre l’arto in sede prima e favorirne la corretta ossificazione poi. Non so se si dice “ossificazione” sig.ri medici; lui non si sarebbe formalizzato per l’uso di questo “vocabolo”.
Qui emerse l’altra sua “anima ingegneresca” di costruttore meccanico-aeronautico. Predispose ben due apparati di trazione in grado di sviluppare un centinaio di chilogrammi-forza, basati su carrucole, cavi e pesi (sacchetti di terra): uno più semplice per il letto di degenza dove il paziente sarebbe rimasto coricato e in trazione per un bel po’. L’altro impianto, ben più articolato, con molti rinvii e carrucole, per la “sala operatoria” che doveva restare rigorosamente sterile, facendo uscire il cavo da “una finestrella in alto” fino al pianale posto all’esterno dove un “morettino” suo collaboratore avrebbe caricato o scaricato a “telecomando vocale” i sacchetti di terra che facevano da “peso traente”. Ovviamente nella dotazione c’era tutto il kit accessorio di stecche d’irrigidimento, cinghie e bendaggi per gestire adeguatamente “il caso”. E anche questo paziente lo mandò a casa sulle sue gambe, “lunghe uguali”, teneva a precisare.
Rientrò a casa via Schiphol -Amsterdam- dove si addormentò, finalmente comodo, sdraiato su una poltrona dell’area di attesa. Non ricordo se perse il volo per Linate o se lo prese al volo.
VILLA POGLIANI-DEL PIO AD ARLUNO. Se non ricordo male, la dimora risale alla metà del 1700, ma fu costruita su preesistenti insediamenti di epoca romana e poi longobarda, come dimostrato dai ritrovamenti archeologici di focolari e tumulazioni fatti da Lino durante i suoi periodici cicli di restauro rigorosamente conservativi, utilizzando materiali, mescole e pitture dell’epoca. Rammento ancora le sue disquisizioni sui pigmenti inorganici, i “rossi d’uovo“ e il latte utilizzati per creare quei colori. Tutte ricette frutto di rigorosa ricerca, di consulenze presso centri di restauro e di sperimentazione prima del loro uso effettivo. Quei ritrovamenti furono tutti puntigliosamente catalogati, referenziati e fotografati e sono ancora oggi ben visibili attraverso le spesse lastre di vetro blindato che lui pose a protezione.
Immaginatevi il suo umore a Rieti alla fine di luglio del 1995 quando, rientrato da poco dall’Africa, aveva avuto notizia che la giunta comunale di sinistra del comune di Arluno aveva in animo di espropriare parte del giardino della sua storica abitazione per “migliorare la circolazione cittadina e la disponibilità di parcheggi”. Lo conobbi così, inviperito contro “questi degenerati epigoni, figli mongoloidi di Lenín” -accento sulla “i”. Apparteneva ad una generazione che non frequentava il “politically correct” e manco il “socially correct”.
Lui dedicava tempo, sforzi e risorse per salvaguardare cultura e architettura, studiando prima e documentando poi i suoi ritrovamenti. Allora stava redigendo una ponderosa monografia sui mattoni di epoca medioevale che aveva trovato nei suoi “scavi in casa”. Mattoni di taglie dissimili -la standardizzazione era di là da venire- e identificati con il marchio del costruttore / fornaciaro, che poteva essere l’impronta di una zampa di pollo, le impronte delle dita di una mano, … poteva collocarli “storicamente” in funzione delle taglie e della composizione dei materiali utilizzati, avvalendosi anche di analisi chimico-fisiche sui materiali che fece eseguire in laboratori specializzati. Insomma, tutto con rigore storico-scientifico di alto livello.
Impiegò due o tre anni ma alla fine riuscì a bloccare “quello scellerato progetto urbanistico dei figli di Lenín”, facendo includere villa Pogliani-Del Pio in Arluno nell’elenco nazionale delle dimore di “interesse storico, artistico e culturale”. E iniziò a costruire lo “Slepcev Storch” in quegli storici locali. Nel frattempo, collaborava con la sezione arlunese di Legambiente e popolò il suo giardino con dei bellissimi pavoni. Lo “intrigava” tutto ciò che aveva le ali e io scoprii che i pavoni possono anche volare: me ne fece notare uno appollaiato altissimo su un abete -o cedro? – del suo giardino. Fino ad allora pensavo che i pavoni fossero solo dei “polli esteticamente migliorati ma inetti al volo”. Non sempre le loro covate avevano esito positivo, ma davano comunque risultati sempre interessanti. Le mie figlie ancora ricordano un “pulcino” coi “giroscopi in precessione” che Lino mostrò loro: il poveretto rotolava lungo l’asse trasversale anziché deambulare. Mi disse poi che un gatto del vicinato risolse la sua misera esistenza.
CHIARETTA. Che vergogna! Finora mi son sempre dimenticato di menzionare la “Chiaretta” -qualche volta anche “Claretta”- che per più di un decennio fece coppia fissa con Lino, ovunque lui andasse. Una volta gli chiesi di che “razza” fosse quel botolo. Ebbi in risposta un’alzata di spalle. Sicuramente un “incrocio” se non uno “svincolo di Detroit”. Non sentii mai la sua “voce”, mai! Neppure un ringhio sommesso, nulla. Quando si andava in giro, lei al guinzaglio, assolutamente composta, mai sopra le righe, era sempre il membro più compìto della compagnia. In auto stava accoccolata ai piedi del padrone, senza fiatare per ore. Quando lui era in volo lo aspettava a bordo della sua auto o in un angolino all’ombra, acquattata vicina a un recipiente con un poco d’acqua, ma sempre rigorosamente muta. Forse nello “svincolo” era intervenuto anche qualche pesce. In trattoria poi, si accoccolava sotto al tavolo aspettando qualche bocconcino dal padrone, mai sollecitandolo. Non mi azzardai mai a guardarla durante quei pasti, anch’io so essere discreto. Non volò mai “a vela”, ma sullo Storch, chissà?! Quando lo Storch si “piantò” sotto al Monginevro proprio non ricordo se ci fosse anche lei a bordo. I miei figli la ricordano bene, ma anche a loro “non diede mai confidenza”, come un bonzo in perenne catalessi. Qualche volta Lino la sollevava in braccio, ma per poco; entrambi non amavano le smancerie. Quando si trattava di orientarla in qualche direzione che lei non avesse già intuito, il che succedeva raramente, la punta di un piede del padrone, mosso con delicatezza serviva allo scopo. E Lino la seguiva sempre al guinzaglio. Quando morì, vecchissima, chiesi al padrone se l’avrebbe rimpiazzata. Mi rispose che non voleva lasciare orfani indietro.
Ettore Schioppa
I-AVMI pilotato da Lino era una insolita visione. Frequentavo da un po’ il CSVVA. Avevo dimestichezza con le fusoliere in tubi e ali in legno dei Ka6 k8 e ASK13, ma questo era esempio di un altro modo di volare. Chi non ha storia non ha futuro.

